Festa della Liberazione
o Festa della libertà?
In questa apparentemente poco significativa variazione di termini sta la posta in gioco della battaglia politica e simbolica che si sta combattendo sulla data del 25 Aprile: entrando nel mito fondativo della Repubblica, ne viene riscritto e cambiato il senso.
Nella parola “Liberazione”, e solo in quella, è insito il ricordo di un fatto storico che ha segnato la discontinuità tra due Italie. Questo termine sta a ricordare che c’è stata una lotta di una parte del Paese contro un’altra e che quella parte, seppur minoritaria, seppe raccogliere allora l’esito della fine del consenso al regime e conquistarsi nel Paese un altro e diverso consenso di massa. Mantenere il termine “Liberazione”, dunque, significa mantenere aperta una ferita, non per rinnovarla, ma per mantenere il ricordo e la memoria, che la Repubblica è nata da una lotta, da una divisione, da una ribellione chiara ad un regime di illibertà.
Sostituirlo con la parola “libertà” significa chiudere la ferita e seppellirne il ricordo, significa perdere la memoria storica.
Non è la prima volta nella storia della Repubblica che il potere politico cerca di appropriarsi del patrimonio della Resistenza per depotenziarne la memoria e per farsene strumento di legittimazione. C’è la volontà di dare una visione riduttiva della Resistenza, privarla dei suoi veri caratteri, compresa la spinta decisiva data alla rottura della continuità istituzionale che rese possibile l’instaurazione della Repubblica e l’elaborazione della Costituzione. Significa privare di legittimazione ogni espressione popolare che tenda a rafforzare l’allargamento dello spazio della politica.
La sostituzione nell’uso delle parole mira a provocare la rottura della memoria collettiva sui valori della guerra di Liberazione e della Costituzione. Una memoria forte che con questa rottura si cerca di sostituire con una memoria scolorita, frutto di una confusione di valori e di comportamenti, in cui le distinzioni nette si perdono per ritrovarsi tutti italiani senza qualità, materiale plasmabile ad uso e consumo del potere che dispensa a destra e a sinistra dosi di patriottismo.
E in questo, e non già nel superamento dei conflitti, sta anche il significato del prospettato ritiro del Dlg 1360 sull’istituzione dell’Ordine del Tricolore che vuole equiparare Partigiani e repubblichini di Salò.
La confusione di valori e non solo di termini è la realtà prodotta dal revisionismo di stato, una storia della quale nessuno dovrebbe rallegrarsi, ma sulla quale ciascuno di noi dovrebbe impegnarsi a riflettere come e perché siamo arrivati a questo punto …
L’ANPI ti invita a firmare contro il Dlg 1360 che intende equiparare i Partigiani ai repubblichini di Salò.
giovedì 30 aprile 2009
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